Approfondimento….

Il tempo che ha cambiato la storia

di Delia Stoican

Durante il susseguirsi delle vicende umane il pianeta Terra è stato testimone di numerose guerre e conflitti. Questi prendendo vita negli anni l’hanno modificato rovinandolo sempre di più. Ma lui ha risposto arruolandosi ora da una parte ora dall’altra. Non sarà decisamente stato un piccolo soldato armato di un semplice fucile, ma uno dei principali generali. Uno di quelli che ha deciso le sorti del proprio esercito. ecco a voi il tempo che ha cambiato la storia.

Un primo esempio, e forse anche tra i più famosi, è quello di Napoleone Bonaparte. Sicuro di vincere in Russia, è stato attaccato e sconfitto da un nemico inaspettato: l’inverno. Un’invasione avvenuta nel 1812 che portò al cambiamento delle sorti nella politica. In Russia viene persino chiamata ‘guerra patriottica’ per sottolineare la dignità data al paese da questa vincita. Siamo abituati a sentire di vittore ottenute non senza costi, mentre in questo caso si ha una situazione atipica. L’esercito sconfitto fu lo stesso che ebbe le maggiori perdite. Infatti da 600.000 soldati partiti dalla Francia questi vennero decimati dal terribile clima fino ad arrivare a 100000. Numero corrispondente anche a quello dei prigionieri caduti nelle mani del nemico.

Un’inizio promettente. Un’alleanza tra Napoleone e lo zar Alessandro che sembra incoraggiante ma che in realtà si rivela instabile a causa dei vari interessi politici. Inizialmente in realtà fu lo stesso Napoleone a preoccuparsi di un attacco russo e quindi a prendere le corrette precauzioni. Fu solo un falso allarme, perché lo zar spostò la propria attenzione verso altri paesi. Così nel 1811 iniziarono i veri preparativi per la campagna. Stati come la Prussia o l’Austria si unirono alla Grande Armata. E infine, conclusi tutti gli accordi e preparate le valigie, il grande condottiero francese raggiunse Niemen, dove il suo esercito lo aspettava, per dare inizio a quello che credeva essere un enorme successo. Avrebbe concluso tutto in fretta distruggendo il morale e la perseverenza di Alessandro. Bisogna specificare che fin dall’inizio fu avvertito riguardo le condizioni che la Russia presentava durante un lungo colloquio con l’ambasciatore Caulaincourt, ma non se ne curò. Dopo pochi giorni la decisione presa gli apparve come giusta. Infatti il 28 giugno venne presa la città di Vilna, in seguito ad una marcia forzata. Ma il più grande generale iniziava già a mettere in azione i propri piani. Già dopo pochi giorni violenti temporali, alternati da un caldo torrido, iniziavano a far sentita la propria presenza. Così, aggiungendo anche il disorganizzato sistema di vettovagliamento, iniziava quello che sarebbe stato un vero e proprio disastro. Come risposta ai primi problemi apparsi, i soldati saccheggiarono le città circostanti. Intanto l’esercito russo aveva fatto marcia indietro, spaventato dalla Grande Armata che appariva come un terribile mostro. Non erano pronti per un tale combattimento e persino lo zar aveva autorizzato la ritirata. Scoperto ciò, Napoleone aveva intenzione di raggiungere una parte dell’esercito russo e distruggerlo. Purtroppo la manovra di Vilna non ebbe i risultati desiderati, poiché i Russi furono raggiunti a fatica senza arrivare ad uno scontro.  Napoleone però restava fiducioso, ritenendo che la ritirata dei russi fosse un segno di debolezza. Deciso a combattere, impose una seconda marcia che indebolì ancora di più i soldati e i cavalli. Questi cominciarono a morire in massa, arrivando a raggiungere una cifra enorme: 8000 membri dell’esercito. Nel mentre il tempo continuava la propria azione. I temporali e il caldo torrido affaticavano i soldati, affamati a causa della mancanza di viveri. Infatti ai contadini della zona era stato dato l’ordine di scappare senza lasciare nulla al nemico e di incendiare i depositi.

Senza perdere le speranze Napoleone si lanciò in un altro inseguimento. Anche se la storia ci insegna che dovremmo imparare dai nostri sbagli lui non lo fece. Come lo era già stato in passato, l’esercito finiì per essere esausto a causa delle marce forzate. Quando finalmente raggiunsero Vitebsk il 29 luglio, la città era desolata e non si vedeva nemmeno l’ombra dei 20.000 abitanti. Il caso fece che non fosse distrutta totalmente e così si riuscì a ricavare parte dei rifornimenti persi. Purtroppo nello stesso tempo il grande generale si era trasformato in un assassino silenzioso ma letale. Infatti a causa delle condizioni atmosferiche poco favorevoli i malati si moltiplicavano e l’assistenza diventava sempre più precaria. Questo portò l’imperatore ad alternare stati di felicità a momenti di pura depressione.

La fuga  non poteva continuare per sempre. I Russi decisero di fermarsi e difendere la città Smolensk. La cosiddetta “manovra di Smolensk” è ritenuta dagli storici una delle più brillanti creazioni strategiche di Napoleone. L’attacco venne fatto il 17 agosto 1812 ma incontro un’accanita difesa che Russi, ricongiunti i giorni prima con il resto delle truppe. La battaglia di Smolensk durò a lungo e costò sanguinose perdite alle due parti; la parte più antica della città venne distrutta, la popolazione subì grandi sofferenze e abbandonò in massa le proprie case. Infine l’esercito russo, dopo aver difeso coraggiosamente la città, capì che era impossibile raggiungere la vittoria e abbandonò il borgo. Le difficoltà di questa guerra erano ormai evidenti; la strategia napoleonica, impiegata sulle sconfinate e desolate pianure della Russia, mostrava le sue debolezze. Le truppe non potevano rifornirsi per carenza di mezzi e neppure potevano sfruttare le risorse locali che erano state distrutte in precedenza dai russi; il clima torrido sfibrava i soldati durante le lunghe marce forzate richieste da Napoleone. Egli decise di considerare tre possibilità: una marcia verso Kiev, che avrebbe potuto assicurare ricche risorse; un’offensiva verso Pietroburgo, cuore politico e amministrativo dell’Impero, che era però lontana; infine l’avanzata verso Mosca, più vicina e dove era possibile attaccare l’esercito principale del nemico. Convinto di infierire un colpo importante allo zar, prese la decisione di marciare verso la capitale morale e religiosa. Raggiunta, iniziò un combattimento che si concluse come i precendenti.  Napoleone, alla notizia della ritirata dei russi, andò nella mattinata del 14 settembre sulle Colline dei Passeri dove osservò la città e il Cremlino. Si sentiva finalmente più sereno.

Alle ore 04.00 del 16 settembre l’imperatore venne svegliato a causa di una notizia che avrebbe impresso una inattesa svolta agli eventi: un grande incendio era scoppiato in città e si stava diffondendo. Preso dal panico, la prima cosa che gli venne in mente fu di trattare con lo zar. Ci provò per ben 3 volte ma Alessandro non volle sentire. Così rimase l’unica soluzione: la ritirata. L’armata francese, costituita ancora da 87.000 fanti, 14.750 cavalieri e 533 cannoni, lasciò Mosca all’alba del 19 ottobre 1812. Il 28 ottobre il tempo era nettamente peggiorato. Cadde la prima neve e la temperatura arrivò a -4 °C. La prospettiva di un ritorno in patria era ormai svanita per tutti, o quasi. Napoleone non voleva rinunciare accecato dalla speranza.

Prese come meta Vjazma, che riuscì anche a raggiungere. Intanto le condizioni dell’esercito peggioravano ogni giorno e con loro anche il tempo. Il grande generale aveva deciso di mostrare la propria forza. Portò i soldati a morire di freddo. Chi era ancora in vita invece si copriva con qualunque cosa avesse a portata di mano, cercando di coprire la mancaza di calore che i leggeri abiti delle truppe francesi davano. Decise inoltre, per facilitare la marcia, di liberarsi di tutto l’equipaggiamento inutile ed anche di bruciare tutte le barche da ponte tagliando la strada a coloro che erano rimasti indietro. La temperatura che arrivò ad oscillare tra i -20 e i -30 °C, la neve e il vento completarono il disfacimento dell’esercito già indebolito da attacchi russi che approfittavano della situazione. Quando si giunse ai -37°C, 20.000 soldati morirono solo per il freddo. La marcia, diventata ormai una fuga dal tempo più che dal nemico, finì con circa 10.000 soldati che si trascinarono fino a Königsberg, seguiti nelle settimane seguenti da altri 40.000 sbandati e dispersi in piccoli gruppi. Napoleone invece evitò alcune tappe, come Vilna, e assieme a Caulaincourt giunse nel massimo segreto a Parigi il 18 dicembre.

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