Il lupo in Italia

wolf

Il lupo: uno degli animali più conosciuti, più nominati, più presenti nelle fiabe e nel folklore. Eppure, quanto ne sappiamo realmente? Qual è la nostra reazione istintiva quando sentiamo parlare di attacchi da parti di lupi a greggi o a esseri umani? In che misura il lupo è presente in Italia? E soprattutto, dobbiamo ancora avere paura del lupo?

Cominciamo dal principio. Dal 1500 alla fine del 1900 ci fu un aumento demografico molto significativo della popolazione e dei terreni coltivati. Di conseguenza il lupo, che era presente in Italia e in Europa con un numero sostanzioso di individui, si trovò ad avere territori ridotti e una diminuzione delle prede. Così, questi animali di natura opportunista iniziarono a variare la loro dieta, non solo a causa della carenza di ungulati selvatici (cervi, cinghiali et similia erano le loro prede preferite), ma anche per comodità: gli animali domestici, portati al pascolo, erano prede più semplici di un qualsiasi animale selvatico; per di più le pecore quando percepiscono un pericolo non si separano, ma si raggruppano tutte unite andando nella stessa direzione, facilitando il compito del predatore.

Sempre in quei secoli il lupo fu dipinto come una “bestia antropofaga”. All’epoca era abitudine mandare i figli, anche piccoli, a condurre il gregge: i bambini corrono più piano delle pecore, e quindi il lupo vedeva nel piccolo essere umano l’anello debole del gruppo e capitava che lo attaccasse. C’è poi da fare una precisazione: è ritenuto probabile che presunti attacchi del lupo siano stati utilizzati per coprire episodi di pedofilia ed omicidi infantili (la maggior parte delle vittime erano bambine).

Per via della sua pericolosità, e soprattutto per le perdite economiche che i suoi attacchi agli animali domestici causavano, venne dunque dato inizio alla “caccia alla bestia”, con tanto di taglie a seconda dell’esemplare catturato. Per tutti questi motivi, si arrivò molto vicini all’estinzione di questa creatura: nel 1815 scomparve dalla pianura e negli anni Trenta dalle Alpi.

La svolta è avvenuta però negli anni ’70, quando venne ripreso il regio decreto del 1939 sulla caccia (in cui vi era scritto che un predatore non poteva né essere ucciso né avvelenato): vennero vietati i bocconi avvelenati e nel 1976 il lupo ebbe la protezione totale europea con il divieto di cattura, uccisione, commercio, trasporto e disturbo. Da quel momento in poi il lupo, che, al contrario dell’orso, non è stato reintrodotto dall’uomo, è stato protagonista di un ripopolamento naturale, che ha avuto inizio negli Appennini, da dove i lupi si sono poi spostati anche verso le Alpi.

L’incremento è dovuto a diversi fattori concatenati: lo spopolamento delle montagne, con conseguente aumento delle prede (la quantità degli ungulati selvatici è pari a quella degli anni prima del disboscamento), oltre alla protezione legale e alla sensibilizzazione pubblica.

Da allora ci sono stati molti avvistamenti ed episodi significativi: alla fine degli anni Ottanta fu abbattuto un esemplare nelle Alpi Marittime, nel 1998 ci fu il primo attacco registrato ad un gregge, nel 2004 un lupo di 10 mesi fu investito a Parma, ed è ormai nota la “storia d’amore” tra Slavc e Giulietta (coppia costituita da un lupo sloveno e una lupa italiana, che vive stabilmente nei boschi della Lessinia, poco lontano da Verona). Inoltre anche sulle Alpi lombarde ci sono stati degli avvistamenti.

Forse anche per via di questi episodi, la paura del lupo è rimasta: si tratta di un sentimento che ha le sue radici in parte nell’allarmismo con cui i mass media spesso gestiscono il racconto degli avvistamenti, in parte nel retaggio ancestrale degli esseri umani (dopotutto è sempre un predatore) e nelle leggende che si sono create nei secoli. La paura in parte fa bene, la fobia no.

Vediamo quindi come si può affrontare il problema, dato che l’Italia è un territorio in cui il settore agropastorale è ancora molto forte. I branchi non sono tutti uguali, hanno diete differenti a seconda della zona e delle “specializzazioni” che si tramandano di generazione in generazione; ma, per fare un esempio, nella provincia di La Spezia vi è un branco che si nutre al 46% di ungulati domestici. Inoltre, dopo un primo attacco al gregge, se questo non viene spostato sono alte le probabilità di un secondo attacco.

La soluzione per ridurre il pericolo di attacco è data da tre “strumenti”: la mitigazione (strumenti e politiche economico-sociali atte a ridurre i danni economici e personali), la prevenzione (adozione di metodi o di tecniche per diminuire l’impatto del predatore) ed il controllo (usare metodi  e tecniche per ridurre gli attacchi, come ad esempio i cani da guardia). Le strategie di prevenzione variano da azienda ad azienda e, in base alle situazioni, è necessario fare delle scelte ad hoc (anche perché le misure di prevenzione sono tutte a carico dell’allevatore). Ci sono comunque degli accorgimenti pratici adottabili da tutti, quali la presenza del pastore nel gregge, sincronizzare i parti per ridurre i rischi (maggiore vulnerabilità), evitare le aree ai margini del bosco, e sopratutto il passaparola tra gli allevatori.

In Italia poi, dovremmo fare come in altri Paesi e iniziare a vedere il lupo non solo come un nemico, ma anche come una fonte turistica. Non dobbiamo essere bestie con gli animali, dobbiamo batterli in astuzia e conviverci, perché possono diventare una risorsa importantissima.

Un sito tutto dedicato ai lupi selvatici qui.

Foto di Jethro Taylor, alcuni diritti riservati.

Cecilia

 

 

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