Fregati

sbarre

Dopo un periodo di completo buio, iniziavano a vedere dei riflessi di luce chiara, probabilmente i raggi di un tiepido sole. Gli occhi bruciavano, la testa rimbombava e il cuore palpitava a mille. Ognuno sentiva qualcosa vicino e sopra di lui: un braccio, una gamba, una mano. Erano confusi, e si interrogavano su dove fossero.

Si sforzarono di focalizzare l’immagine di quello che li circondava. Il posto non era sicuramente dei più accoglienti: era molto piccolo, freddo e maleodorante. Un forte tanfo perforava le narici e rendeva difficile respirare. Fortunatamente, sembravano stare tutti bene: c’era chi si incominciava a svegliare, chi invece dormiva profondamente e chi era già in piedi. Erano molto spaventati, e il loro unico desiderio era tornare a casa il più presto.

Ad un tratto, una voce esclamò forte: «Finalmente vi siete svegliati! Alla buona ora, ancora un po’ e mi riaddormentavo!». Era Nene, e in quel momento erano tutti contenti di essere lì con lei. «Ragazzi, forza, non volete tornare a casa? Vi dovete alzare!». Non sembrava preoccupata, e quella sicurezza esibita era rassicurante per gli altri.

All’inizio ci misero un po’ a ricostruire quello che era successo perché erano ancora parecchio confusi, ma poi ricordarono tutto… Anche gli ultimi, poco alla volta, alla fine si alzarono. Dopo un po’ di tempo, erano pimpanti e lucidi, pronti ad elaborare un piano d’azione per uscire da quella situazione. Il panico era passato, ma erano comunque molto tesi perché non sapevano cosa fare.

Non ci misero molto a scoprire che il piano originale di Nic, anche se avessero voluto tentare di scappare senza Sfi (cosa che Lana escluse con uno strillo), non avrebbe funzionato. Per quanto si concentrassero sulla casetta sull’albero con tutte le loro forze, per quanto la visualizzassero in ogni dettaglio, non riuscirono a muoversi di un millimetro da quella cella puzzolente.

«Io non capisco», si lamentò Lana, frustrata. «Gli incubi erano mentali, non fisici. Perché la casetta no?»

Eri si passò una mano tra i capelli con un sospiro. «Gli incubi erano armi psichiche inviate da loro per fermarci. Ma questo è un mondo fisico, un mondo reale, e noi ci siamo dentro. Immagino che il fatto che si possano usare gli incubi come armi mentali non significhi che noi di colpo abbiamo imparato a usare il teletrasporto.»

Gli altri annuirono lentamente con aria lugubre. Era una prospettiva deprimente, ma aveva senso.

«E allora come accidenti ce ne andiamo di qui?» chiese Liu, riassumendo il pensiero di tutti.

«La casetta sull’albero sembrava reale anche in questo mondo», disse lentamente Nene.

«E quindi?»

«E quindi noi siamo riusciti a creare un ponte tra i due mondi. Un ponte che in teoria dovrebbe ancora esistere… là dove l’abbiamo creato. Dobbiamo solo tornarci.»

In sintesi: la realtà nella quale si trovavano era molto fisica, e per scappare non bastava solo “visualizzare” la casetta: dovevano andarci veramente. Nell’ordine, dovevano trovare Sfi, sfuggire ai mostri che facevano la guardia alla prigione, percorrere a ritroso la strada che all’andata avevano fatto da svenuti, e rientrare nella casetta. Tutto questo come? La risposta non era facile da trovare e sicuramente non era immediata. Dovevano ragionare attentamente per evitare di commettere passi falsi che sarebbero stati letali e gli sarebbero costati cari. La missione non era per niente semplice.

Nic diceva di essere stato più o meno sveglio e cosciente mentre li portavano via da lì, e che la strada fino alla casetta era breve e piuttosto semplice. Pensava di essere in grado di ritrovarla, e quindi almeno quello era sistemato. Per il resto, buio totale. Mentre riflettevano insieme, a Lana non arrivò un lampo di genio su come risolvere la situazione, ma dei segnali da Sfi. Lo sentiva vicino, ed era certa che fosse lui, anche se per via del mal di testa e dello stato confusionale facevo fatica a ricevere e interpretare i sogni. Sfi era nella loro identica situazione, ne era sicura: anche lui si trovava imprigionato in quel luogo, anche lui non sapeva come uscirne.

«Credi che riusciresti a trovarlo?», chiese Nic quando lei lo disse agli altri. «A risalire fino all’origine dei segnali?»

Lana annuì lentamente. Ma aveva la sensazione che loro, gli abitanti di quella realtà, quegli alieni alti e scuri di cui tutti avevano avuto almeno una percezione, quegli esseri a malapena solidi, deboli fisicamente ma dotati di una grande intelligenza… ecco, aveva la sensazione che loro, se i ragazzi avessero tentato di mettere anche solo un piede fuori da quella cella, lo avrebbero saputo immediatamente. Pure, bisognava tentare.

La missione si faceva sempre più difficile, la libertà sembrava un miraggio e Sfi, continuava ad inviare sogni.

Immagine di Tommaso, alcuni diritti riservati.

Se volete scoprire come la storia continua…. la prossima puntata il terzo sabato di maggio. Qui qualche informazione in più sul progetto e i link alle puntate precedenti, nel caso ve le foste persi.

A presto, cari lettori…

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