Nei guai

cage

Si trovava in un luogo che non riusciva a riconoscere. Sopra di lui solo una quantità infinita di scale, di cui non si vedeva la fine. Dalla piccola stanza vuota in cui si trovava non aveva molte possibilità di scelta. Mosse passi incerti verso di esse, osservando i gradini, desiderando solamente non doverle salire. Improvvisamene una massa di persone iniziò ad arrivare da chissà dove e prese a muoversi freneticamente; sembravano avere fretta di arrivare in cima. Venne travolto e trascinato nella folla senza volto su per le scale, e solo un paio di occhi lo fissarono. Lo conosceva molto bene quel viso di bambino, con quello sguardo innocente. Come le altre volte Sfi lo guardò con attenzione, cercando di metterlo a fuoco, senza successo.

Era ormai abituato a quella sensazione. Appena la sua mente realizzò come stavano realmente le cose, ebbe come uno scossone e sorrise tra sé: non potevano più fregarlo. Ormai aveva il controllo quasi assoluto, e ci era vicino, molto vicino. La massa di gente continuò la sua corsa, ma non aveva più effetto su di lui, e mano a mano si dissolse, mentre una porticina lo condusse fuori, all’aria aperta. Il posto in cui più desiderava essere era una spiaggia bianca e sterminata, dove poter creare tutti i sogni che voleva, libero dagli incubi; non a caso, era lì che la porticina conduceva. L’aveva deciso lui.

Si sentiva estremamente sicuro di sé e sentiva di avere il completo dominio sul sogno in cui si trovava. Ormai quello era diventato il suo mondo. La vita da sveglio era piena di preoccupazioni e problemi da risolvere, e lui era talmente preso nell’esplorare le sue potenzialità da trascurarla sotto ogni aspetto. Sì, ormai per lui qualunque cosa che non avesse a che fare con i sogni non aveva più senso. In un attimo questa verità si fece così grande nella sua mente da sopraffarlo. La testa gli girò e perse i sensi, si sentiva come galleggiare nel vuoto.

Quando si risvegliò, si accorse subito che qualcosa era cambiato. Era ancora su quella stessa spiaggia, ma poteva sentire i granelli di sabbia tra le dita, il suono delle onde e l’odore di salsedine come non sarebbe mai possibile in un sogno. I suoi sensi gli dicevano che era tutto reale. Dopo un momento di sconcerto, capì che ci era riuscito, era riuscito ad entrare nell’altra realtà.

Ripresosi in breve tempo dallo sconcerto, iniziò dunque ad esplorare quell’affascinante mondo pieno di meraviglie. L’aria stessa sembrava più limpida e tutto era pervaso da un senso di pace che Sfi non provava da molto tempo. Lasciata la spiaggia, ci si trovava in una vegetazione rigogliosa in cui crescevano fiori di ogni forma e colore, tutto di una bellezza che non si era mai immaginato, neppure nei suoi sogni più audaci.

Attraversò interi boschi, a bocca spalancata per la meraviglia. Mano a mano che proseguiva, tuttavia, al senso di spensieratezza si affiancò quello di essere completamente fuori luogo, non sapeva spiegarsi perché. C’era qualcosa… qualcosa sul fatto che arrivare lì era stato troppo facile. Avrebbe anche potuto non preoccuparsene troppo, se non fosse stato che iniziava a percepire qualcun altro oltre a lui, e la sensazione di essere osservato lo pervase fino al midollo.

All’improvviso l’aria si fece gelida e tutto si rabbuiò. Vide diverse figure avvicinarsi: non erano proprio persone, ma con un po’ di fantasia ci assomigliavano. Non erano neanche del tutto materiali, assomigliavano più a entità gassose e scure, ma non passavano di certo inosservate. Queste creature, (gli unici abitanti nonché padroni di quel mondo, come capì in seguito), agendo all’unisono lo catturarono. Difficile spiegare come. Era come se avessero paralizzato la sua mente e il suo corpo con la forza del pensiero, e lui non riuscì a ribellarsi mentre lo portavano via di peso.

Quando si svegliò, era imprigionato in una grande cella che si trovava in un edificio fatto completamente in pietra. Le voci degli altri, le loro voci, rimbombavano nella sua testa. Ti sei spinto troppo oltre, dicevano. Noi non vogliamo che voi umani, con le vostre anime impure, la vostra spazzatura, il vostro egoismo, vi avviciniate a questo luogo, a questo nostro sacro mondo di natura e bellezza. Non dovevate osare tanto.

Già, non avrebbe dovuto. Aveva capito. Era andato troppo oltre in quella faccenda, spinto dalla curiosità, e ora non sapeva come uscirne. La cella era piccola, con una finestra minuscola, da cui si intravedevano schiere di mostri da incubo che facevano la guardia alla prigione. Non c’era modo di uscire, da lì.

No, riusciva a pensare ad un’unica possibilità per andarsene, e non comprendeva l’uso delle gambe. Doveva trovare il modo di mettersi in contatto con il suo mondo. Doveva chiedere aiuto ai suoi amici, gli unici in grado di fare qualcosa e che lo avevano sempre sostenuto. Se fosse riuscito a contattarli, avrebbe potuto ricominciare a sperare.

 

Immagine di Aapo Haapanen, alcuni diritti riservati.

Se volete scoprire come la storia continua…. la prossima puntata il terzo sabato di febbraio. Qui qualche informazione in più sul progetto e i link alle puntate precedenti, nel caso ve le foste persi.

A presto, cari lettori…

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