I quattro giorni del Fatf: si comincia!

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Al numero civico 4 di Piazza Premoli, a Crema, mercoledì 18 maggio, è avvenuta una riunione in cui si è parlato del concorso, del concerto e della parata che si svolgeranno questa settimana. Siete leggermente confusi e non trovate il nesso tra le tre cose? Ciò che le accomuna tutte quante è il Franco Agostino Teatro Festival. E poi il fatto che tutti e tre sono appuntamenti imperdibili ed emozionanti, da pelle d’oca!

Ma andiamo con ordine. Si comincia con la Rassegna Concorso, due giorni di spettacoli teatrali presentati dai ragazzi presso il Teatro San Domenico. Il primo dei quattro giorni firmati Fatf è mercoledì 25, nel quale 8 classi della scuola secondaria di primo grado si sfideranno a suon di battute, energia ed emozione. La proclamazione della classe vincitrice avverrà nel pomeriggio, dopo che la giuria popolare (composta da ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 19 anni) e la giuria degli esperti avranno emesso il loro verdetto e deciso gli spettacoli vincitori, che verranno poi replicati, in una serata ad hoc, al Teatro Piccolo di Milano. Stessa procedura si prospetta per il giorno seguente: questa volta i gruppi che si affronteranno sono 9 e vengono dalle scuole secondarie di secondo grado. Il bello di questo concorso è che ci sono scuole che vengono da tutta Italia (più una da Melun, Francia)… chissà quanti nuovi legami si creeranno dietro le quinte! Nuovi amici e teatro? La formula perfetta per vivere una giornata indimenticabile, sia per chi vince, sia per tutti gli altri.

Venerdì 27, alle 21, sarà invece la serata del grande concerto Pirouette, con protagonisti 130 ragazzi-musicisti che sapranno emozionare attraverso la musica da loro suonata, mentre numerosi ballerini e atleti (dalle allieve di Anke Hein della Scuola di Circo dell’US Acli di Crema all’Accademia di Danza di Denny Lodi) si susseguiranno sul palco per lasciarci a bocca aperta per lo stupore. Ricordo che l’ingresso è libero, ma bisogna prenotare e munirsi di biglietto per entrare: i posti sono pochi e le persone che vorrebbero assistere a questo spettacolo troppe (e come dar loro torto?).

Ma ecco che arriva sabato, il giorno della grande parata, il Giorno con la “G” maiuscola firmato Fatf. Piazza Duomo e piazza Garibaldi ospiteranno, rispettivamente, 20 e 30 classi di bimbi che, divise in 5 gruppi capeggiati ognuno da una banda, sfileranno per il centro, fino ad arrivare al campo di Marte, dove la festa continuerà con canti, balli e colori. L’appuntamento è per le dieci. I bambini protagonisti di questa grande giornata vengono dalle scuole elementari, e si esibiranno mettendo a frutto ciò che hanno imparato durante le ore di laboratorio teatrale di cui hanno usufruito a scuola durante l’anno. Dopo il canto del jingle e varie esibizioni, ogni bambino sarà libero di fare un allegro picnic in famiglia e dopo, magari, di giocare con i giochi “di una volta” che saranno allestiti nella parte posteriore del Campo di Marte, preparati dalle classi dell’Istituto Stanga.

Infine, per concludere in bellezza, in serata, tutti a naso in su, per guardare con stupore e meraviglia le magie dei Sonics, una compagnia acrobatica che presenterà il suo spettacolo intitolato “OSA”. Si esibiranno nel cielo di piazza Garibaldi, sospesi ad una gru. Qui trovate il loro sito, nel caso voleste farvi un’idea della bellezza che vi aspetta.

“Siamo carichi!”, dice Gloria Angelotti, presidentessa del Franco Agostino Teatro Festival. “In questi giorni stiamo facendo un sacco di riunioni. Un grazie speciale a Irene e Nicola, che coordineranno la grande macchina Fatf. Dovrebbe essere tutto pronto! Luca e Jack sono riusciti a creare un collegamento streaming, così tutti i nostri eventi saranno rintracciabili sulla rete.” Lo streaming sarà visibile sia sul sito ufficiale del Fatf, sia attraverso Youtube, a questo link (dove per ora vedete un bel countdown, giusto per sentirci carichi).

Domanda: “Che emozioni si provano stando dentro questo vortice di eventi?”

Gloria: “Stupore. Ogni anno mi stupisco sempre di più guardando lo staff che è sempre più unito. In fondo Fatf è proprio questo: stare insieme, condividere esperienze, fare nuove amicizie, anche con persone che vengono da altri stati, perché si sa, il Fatf è ormai europeo! Avremo come ospiti amici dalla Francia, dalla Germania e dalla Serbia, e voglio ricordare Birigitta Bergstrom, insegnante che si occupava di teatro a Strömstad, in Svezia, grande amica dell’associazione, che purtroppo è mancata. Mercoledì 25 vedremo la targa in suo onore. Sarà un bel Festival!”

Tutto pronto, dunque! Non ci resta che iniziare il conto alla rovescia per l’imperdibile XVIII edizione del Franco Agostino Teatro Festival!

Elisa

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Il lupo in Italia

wolf

Il lupo: uno degli animali più conosciuti, più nominati, più presenti nelle fiabe e nel folklore. Eppure, quanto ne sappiamo realmente? Qual è la nostra reazione istintiva quando sentiamo parlare di attacchi da parti di lupi a greggi o a esseri umani? In che misura il lupo è presente in Italia? E soprattutto, dobbiamo ancora avere paura del lupo?

Cominciamo dal principio. Dal 1500 alla fine del 1900 ci fu un aumento demografico molto significativo della popolazione e dei terreni coltivati. Di conseguenza il lupo, che era presente in Italia e in Europa con un numero sostanzioso di individui, si trovò ad avere territori ridotti e una diminuzione delle prede. Così, questi animali di natura opportunista iniziarono a variare la loro dieta, non solo a causa della carenza di ungulati selvatici (cervi, cinghiali et similia erano le loro prede preferite), ma anche per comodità: gli animali domestici, portati al pascolo, erano prede più semplici di un qualsiasi animale selvatico; per di più le pecore quando percepiscono un pericolo non si separano, ma si raggruppano tutte unite andando nella stessa direzione, facilitando il compito del predatore.

Sempre in quei secoli il lupo fu dipinto come una “bestia antropofaga”. All’epoca era abitudine mandare i figli, anche piccoli, a condurre il gregge: i bambini corrono più piano delle pecore, e quindi il lupo vedeva nel piccolo essere umano l’anello debole del gruppo e capitava che lo attaccasse. C’è poi da fare una precisazione: è ritenuto probabile che presunti attacchi del lupo siano stati utilizzati per coprire episodi di pedofilia ed omicidi infantili (la maggior parte delle vittime erano bambine).

Per via della sua pericolosità, e soprattutto per le perdite economiche che i suoi attacchi agli animali domestici causavano, venne dunque dato inizio alla “caccia alla bestia”, con tanto di taglie a seconda dell’esemplare catturato. Per tutti questi motivi, si arrivò molto vicini all’estinzione di questa creatura: nel 1815 scomparve dalla pianura e negli anni Trenta dalle Alpi.

La svolta è avvenuta però negli anni ’70, quando venne ripreso il regio decreto del 1939 sulla caccia (in cui vi era scritto che un predatore non poteva né essere ucciso né avvelenato): vennero vietati i bocconi avvelenati e nel 1976 il lupo ebbe la protezione totale europea con il divieto di cattura, uccisione, commercio, trasporto e disturbo. Da quel momento in poi il lupo, che, al contrario dell’orso, non è stato reintrodotto dall’uomo, è stato protagonista di un ripopolamento naturale, che ha avuto inizio negli Appennini, da dove i lupi si sono poi spostati anche verso le Alpi.

L’incremento è dovuto a diversi fattori concatenati: lo spopolamento delle montagne, con conseguente aumento delle prede (la quantità degli ungulati selvatici è pari a quella degli anni prima del disboscamento), oltre alla protezione legale e alla sensibilizzazione pubblica.

Da allora ci sono stati molti avvistamenti ed episodi significativi: alla fine degli anni Ottanta fu abbattuto un esemplare nelle Alpi Marittime, nel 1998 ci fu il primo attacco registrato ad un gregge, nel 2004 un lupo di 10 mesi fu investito a Parma, ed è ormai nota la “storia d’amore” tra Slavc e Giulietta (coppia costituita da un lupo sloveno e una lupa italiana, che vive stabilmente nei boschi della Lessinia, poco lontano da Verona). Inoltre anche sulle Alpi lombarde ci sono stati degli avvistamenti.

Forse anche per via di questi episodi, la paura del lupo è rimasta: si tratta di un sentimento che ha le sue radici in parte nell’allarmismo con cui i mass media spesso gestiscono il racconto degli avvistamenti, in parte nel retaggio ancestrale degli esseri umani (dopotutto è sempre un predatore) e nelle leggende che si sono create nei secoli. La paura in parte fa bene, la fobia no.

Vediamo quindi come si può affrontare il problema, dato che l’Italia è un territorio in cui il settore agropastorale è ancora molto forte. I branchi non sono tutti uguali, hanno diete differenti a seconda della zona e delle “specializzazioni” che si tramandano di generazione in generazione; ma, per fare un esempio, nella provincia di La Spezia vi è un branco che si nutre al 46% di ungulati domestici. Inoltre, dopo un primo attacco al gregge, se questo non viene spostato sono alte le probabilità di un secondo attacco.

La soluzione per ridurre il pericolo di attacco è data da tre “strumenti”: la mitigazione (strumenti e politiche economico-sociali atte a ridurre i danni economici e personali), la prevenzione (adozione di metodi o di tecniche per diminuire l’impatto del predatore) ed il controllo (usare metodi  e tecniche per ridurre gli attacchi, come ad esempio i cani da guardia). Le strategie di prevenzione variano da azienda ad azienda e, in base alle situazioni, è necessario fare delle scelte ad hoc (anche perché le misure di prevenzione sono tutte a carico dell’allevatore). Ci sono comunque degli accorgimenti pratici adottabili da tutti, quali la presenza del pastore nel gregge, sincronizzare i parti per ridurre i rischi (maggiore vulnerabilità), evitare le aree ai margini del bosco, e sopratutto il passaparola tra gli allevatori.

In Italia poi, dovremmo fare come in altri Paesi e iniziare a vedere il lupo non solo come un nemico, ma anche come una fonte turistica. Non dobbiamo essere bestie con gli animali, dobbiamo batterli in astuzia e conviverci, perché possono diventare una risorsa importantissima.

Un sito tutto dedicato ai lupi selvatici qui.

Foto di Jethro Taylor, alcuni diritti riservati.

Cecilia

 

 

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A Brescia mille chitarre per una sola serenata

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Domenica 17 aprile posso dire di aver vissuto una delle più belle esperienze della mia vita; non ho vinto un milione al Gratta&Vinci né mi sono laureato, ma, insieme a una decina di amici, ho semplicemente preso la chitarra in spalla e guidato fino a Brescia: destinazione, la quarta edizione dell’evento musicale Mille Chitarre in Piazza.

Quella domenica Piazza della Loggia era gremita di chitarristi, cantanti o semplicemente amanti della musica, per un totale di mille e più persone, radunatisi da tutta Italia con l’unico scopo di trascorrere un pomeriggio nell’allegria più totale, suonando e cantando le stesse note come se fossero tutti parte di una sola grande famiglia. Poco importava conoscere bene il testo del brano, essere intonati, suonare lo strumento da appena qualche mese o più di dieci anni: la musica è un linguaggio universale e come tale avrebbe trascinato in un atmosfera di gioia ed entusiasmo ogni presente, anche il più timido e impacciato. Al via degli speaker radiofonici dal palco, sulle note di Adriano Celentano, Vasco Rossi, Lucio Battisti, Max Pezzali e altri (per un totale di sette brani), la piazza prendeva vita nell’armonia degli accordi e delle voci, facendo risuonare il giubilo per tutta la città.

Che avesse con gli spartiti stampati, l’ukulele scordato o un vecchio tamburello, ognuno di noi era il vero protagonista di un evento che raccontato in un articolo online perde gran parte della sua capacità evocativa, perché a ogni canzone diversa corrispondeva un ricordo, un’emozione, un profumo musicale diverso: dalle “bionde trecce” della Canzone del Sole agli “anni d’oro del Grande Real” by 883, passando per la Via Gluck a fianco di Celentano, in un’Albachiara di metà pomeriggio primaverile, dal cielo un po’ coperto e un po’ sereno… Come non dare ragione alle parole dell’inno Mille chitarre composto per l’occasione, che recitava “solo tre accordi, ma infinite le emozioni”?

E quella giornata, di emozioni (e calli alle dita a furia di suonare) ne ha lasciate tante, a me come a tutti i presenti. Inutile dire che ho già iniziato il conto alla rovescia per l’appuntamento dell’anno prossimo!

Foto di Ivan Zanotti, alcuni diritti riservati.

Michele

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Lo sapevate… perché nel Mar Morto non si affonda?

mar morto

Tra i “mari” più piccoli presenti sulla Terra vi è sicuramente il Mar Morto. Situato tra Israele, Giordania e Cisgiordania, il Mar Morto è in effetti un lago; tuttavia viene chiamato mare per via della forte salinità che lo caratterizza, dovuta all’intensa evaporazione dell’acqua, che non è compensata dal flusso dei fiumi immissari.

La forte salinità impedisce la nascita di forme di vita marine come pesci o altri animali (fatto che è la causa del suo nome); sopravvivono soltanto alcuni tipi di batteri. Inoltre, molti non sanno che grazie all’elevata presenza di sale nelle sue acque, il Mar Morto permette alle persone immerse in esso di ritrovarsi partecipi di un fenomeno del tutto singolare: nelle sue acque è praticamente impossibile affondare!

Proprio così: se ci si immerge nelle acque di questo mare e non si tenta di restare a galla nuotando, si rimane comunque a galleggiare sulla superficie marina. Tale fenomeno è legato al principio di Archimede, il quale afferma che “un corpo immerso in un fluido riceve una spinta verso l’alto equivalente al peso del volume del fluido spostato”. Per quanto riguarda il mare dunque, nel momento in cui si è immersi nell’acqua viene spostata una determinata massa acquosa di volume equivalente a quello del nostro corpo, della quale il peso varia a seconda dei corpi sciolti in essa. La quantità di questi corpi è espressa mediante la densità, per cui più l’acqua sarà salata, maggiore sarà la sua densità, e maggiore sarà la densità dell’acqua, più forte sarà la spinta data da quest’ultima al corpo immerso. Motivo per cui l’acqua salata provoca una maggiore spinta verso l’alto.

Nel Mar Morto, la densità ed il peso specifico dell’acqua sono dunque talmente elevati da conferire a chi vi si immerge una spinta così forte da permettere di stare a galla senza neppure nuotare. Basti pensare che la media di grammi di sali per litro nei vari mari del globo terrestre è circa 35 grammi, mentre invece la salinità del Mar Morto si aggira attorno ai 280 grammi per ogni litro d’acqua. La salinità va inoltre aumentando con la profondità; intorno ai 100 metri di profondità, l’acqua si satura e il sale va precipitando sul fondo del lago.

Anche se in questi ultimi anni il turismo della zona è diminuito, il Mar Morto rimane quindi un posto da visitare e sicuramente interessante da vedere per la peculiarità di fenomeni che vi si verificano.

Foto di Ana Paula Hirama, alcuni diritti riservati.

Pietro

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Fregati

sbarre

Dopo un periodo di completo buio, iniziavano a vedere dei riflessi di luce chiara, probabilmente i raggi di un tiepido sole. Gli occhi bruciavano, la testa rimbombava e il cuore palpitava a mille. Ognuno sentiva qualcosa vicino e sopra di lui: un braccio, una gamba, una mano. Erano confusi, e si interrogavano su dove fossero.

Si sforzarono di focalizzare l’immagine di quello che li circondava. Il posto non era sicuramente dei più accoglienti: era molto piccolo, freddo e maleodorante. Un forte tanfo perforava le narici e rendeva difficile respirare. Fortunatamente, sembravano stare tutti bene: c’era chi si incominciava a svegliare, chi invece dormiva profondamente e chi era già in piedi. Erano molto spaventati, e il loro unico desiderio era tornare a casa il più presto.

Ad un tratto, una voce esclamò forte: «Finalmente vi siete svegliati! Alla buona ora, ancora un po’ e mi riaddormentavo!». Era Nene, e in quel momento erano tutti contenti di essere lì con lei. «Ragazzi, forza, non volete tornare a casa? Vi dovete alzare!». Non sembrava preoccupata, e quella sicurezza esibita era rassicurante per gli altri.

All’inizio ci misero un po’ a ricostruire quello che era successo perché erano ancora parecchio confusi, ma poi ricordarono tutto… Anche gli ultimi, poco alla volta, alla fine si alzarono. Dopo un po’ di tempo, erano pimpanti e lucidi, pronti ad elaborare un piano d’azione per uscire da quella situazione. Il panico era passato, ma erano comunque molto tesi perché non sapevano cosa fare.

Non ci misero molto a scoprire che il piano originale di Nic, anche se avessero voluto tentare di scappare senza Sfi (cosa che Lana escluse con uno strillo), non avrebbe funzionato. Per quanto si concentrassero sulla casetta sull’albero con tutte le loro forze, per quanto la visualizzassero in ogni dettaglio, non riuscirono a muoversi di un millimetro da quella cella puzzolente.

«Io non capisco», si lamentò Lana, frustrata. «Gli incubi erano mentali, non fisici. Perché la casetta no?»

Eri si passò una mano tra i capelli con un sospiro. «Gli incubi erano armi psichiche inviate da loro per fermarci. Ma questo è un mondo fisico, un mondo reale, e noi ci siamo dentro. Immagino che il fatto che si possano usare gli incubi come armi mentali non significhi che noi di colpo abbiamo imparato a usare il teletrasporto.»

Gli altri annuirono lentamente con aria lugubre. Era una prospettiva deprimente, ma aveva senso.

«E allora come accidenti ce ne andiamo di qui?» chiese Liu, riassumendo il pensiero di tutti.

«La casetta sull’albero sembrava reale anche in questo mondo», disse lentamente Nene.

«E quindi?»

«E quindi noi siamo riusciti a creare un ponte tra i due mondi. Un ponte che in teoria dovrebbe ancora esistere… là dove l’abbiamo creato. Dobbiamo solo tornarci.»

In sintesi: la realtà nella quale si trovavano era molto fisica, e per scappare non bastava solo “visualizzare” la casetta: dovevano andarci veramente. Nell’ordine, dovevano trovare Sfi, sfuggire ai mostri che facevano la guardia alla prigione, percorrere a ritroso la strada che all’andata avevano fatto da svenuti, e rientrare nella casetta. Tutto questo come? La risposta non era facile da trovare e sicuramente non era immediata. Dovevano ragionare attentamente per evitare di commettere passi falsi che sarebbero stati letali e gli sarebbero costati cari. La missione non era per niente semplice.

Nic diceva di essere stato più o meno sveglio e cosciente mentre li portavano via da lì, e che la strada fino alla casetta era breve e piuttosto semplice. Pensava di essere in grado di ritrovarla, e quindi almeno quello era sistemato. Per il resto, buio totale. Mentre riflettevano insieme, a Lana non arrivò un lampo di genio su come risolvere la situazione, ma dei segnali da Sfi. Lo sentiva vicino, ed era certa che fosse lui, anche se per via del mal di testa e dello stato confusionale facevo fatica a ricevere e interpretare i sogni. Sfi era nella loro identica situazione, ne era sicura: anche lui si trovava imprigionato in quel luogo, anche lui non sapeva come uscirne.

«Credi che riusciresti a trovarlo?», chiese Nic quando lei lo disse agli altri. «A risalire fino all’origine dei segnali?»

Lana annuì lentamente. Ma aveva la sensazione che loro, gli abitanti di quella realtà, quegli alieni alti e scuri di cui tutti avevano avuto almeno una percezione, quegli esseri a malapena solidi, deboli fisicamente ma dotati di una grande intelligenza… ecco, aveva la sensazione che loro, se i ragazzi avessero tentato di mettere anche solo un piede fuori da quella cella, lo avrebbero saputo immediatamente. Pure, bisognava tentare.

La missione si faceva sempre più difficile, la libertà sembrava un miraggio e Sfi, continuava ad inviare sogni.

Immagine di Tommaso, alcuni diritti riservati.

Se volete scoprire come la storia continua…. la prossima puntata il terzo sabato di maggio. Qui qualche informazione in più sul progetto e i link alle puntate precedenti, nel caso ve le foste persi.

A presto, cari lettori…

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Flashdance: a teatro in inglese

locandinaAmmettetelo: anche per voi il ritorno dietro ai banchi di scuola alla fine delle vacanze, anche se durate solo una manciata di giorni, è stato traumatico. Per fortuna (almeno per me), appena tornata ho ricevuto una bella notizia: la mia classe, assieme ad altre, il giovedì sarebbe andata a teatro! E a vedere un MUSICAL! Niente meno che FLASHDANCE!

Ero già tutta contenta, con le braccia in alto, il sorriso sulle labbra, uno striscione fra le mani e in testa un trenino gioioso, quando è stato detto che lo spettacolo sarebbe stato “interamente in inglese”. Il mio entusiasmo ha subito una rapida discesa, fino ad arrivare sotto le mie scarpe. Insomma, dalle stelle alle stalle.

Non pensiate che io odi l’inglese, anzi, dopo quasi 10 anni di reciproca antipatia, ci stiamo avvicinando e (probabilmente) stiamo diventando buoni amici. Il problema però restava: ero sicura che non avrei capito nulla! Mi sono dunque documentata: ho visto il film. Almeno non sarei arrivata del tutto impreparata…

La trama è bella, la protagonista molto talentuosa, ma c’era qualcosa che non mi convinceva… mi sono trovata così ad augurarmi che la magia del teatro mi stregasse come sempre e mi facesse innamorare di questo musical. O in sintesi, che lo spettacolo fosse meglio del film.

Ed è stato proprio così. Il giovedì mattina siamo stati dunque a teatro. Lo spettacolo è iniziato intorno alle 9 e, poco dopo, per tutto il teatro è risuonata la famosissima canzone What a feeling: io e le mie amiche abbiamo iniziato a ballare sulle poltroncine. Durante le performance musicali, le parole dei testi apparivano su uno schermo, così era più facile seguire lo show.

La trama è semplice: Alexandra, appena diciottenne, lavora di giorno come operaia in un’acciaieria, mentre la notte si esibisce come ballerina su un piccolo palco di un altrettanto piccolo locale. Ma il suo sogno è un altro: danzare all’Accademia di danza di Pittsburgh. Intanto incontra l’amore e lo trova nella persona di Nick, il suo capo… Non vi voglio spoilerare nient’altro, semmai vorreste guardarvi il dvd (per chi non l’avesse già fatto). Comunque il film è stato, a mio modesto parere, adattato molto bene al piccolo palco e il risultato è molto buono. L’attenzione del pubblico è rimasta costante per quasi tutta la durata dello spettacolo, catturata tra una nota e un grand jeté.

Dopo aver finito di recitare, gli attori, giovanissimi, si sono seduti sul palco, curiosi di rispondere alle nostre domande, che non sono state molte. Devo dire che sono stati bravi, mi sono piaciuti in scena! Quindi, per conoscerli meglio, vi invito a ficcare il naso nella loro pagina internet, qui.

Che altro aggiungere? Buona visione!

Elisa

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